Più Casa
L’edera s’attorcea contro la pietra,
Com’avesse accettato ormai ‘l fatto,
Ch’ormai anche la pietra era sua fibra,
Un corpo storto, famelico e disfatto.
Il sole sbucava timido dai pochi sguardi
Lassati tra un rovo e un groviglio,
E cadea sin suono sui primordi
De’ racconti incisi al muro spoglio.
Era sol uso, nato d’assenza d’opzioni,
O d’opzioni che fossero almeno leali,
E quella stanza, angusta pe’ noi animali,
Facea ‘l possibile per tenerci vicini.
Lo comprendiamo sol ora, che stringesse
La giovinezza qual prigione celata,
E quanto un circo, per le menti stesse,
Di luce, parole e fame fosse sorto ‘n giornata.
Anche di sete: troppo v’era di tutto,
Ma mai abbastanza da farci osare
Spezzare il catenaccio ai polsi bruto
E gettar via i legami sin rimpiangere.
Religioso il nostro accorrere a quel luogo,
E opposto ‘l modo in cui lo vivemmo allora;
Quella casa sacra d’ignoranza e vuoto
Fu più casa di qualunque casa ancora.