Marco Delrio

FrammentiFragments

San Biagio

La palla colpì il muro e tornò storta. Tornava sempre storta da quel tratto di muro lì, quello sotto la finestra della sacrestia dove il cemento si era gonfiato e sollevato in una cresta non più larga del pollice d’un uomo ma sufficiente, nella fisica precisa e implacabile d’un pallone di cuoio che incontra una superficie dura a velocità, a mandarlo rotando ad un angolo che nessun piede avrebbe potuto predire e nessun portiere, avrebbe ragionevolmente potuto parare.

«Quello è dentro,» disse Ercole.

«Quello non è dentro,» disse il ragazzo che chiamavano Piccio, il cui vero nome era Guglielmo e che era stato chiamato Piccio dall’età di sette anni per ragioni che nessuno, compreso Piccio stesso, poteva più ricordare con certezza, benché si supponesse generalmente che avesse a che fare con la sua statura, ch’era minuta, o col suo appetito, che non lo era. «Quello è il muro. Il muro non è dentro. Il muro è il muro.»

«Il muro è il palo,» disse Ercole. «Avevamo concordato. La crepa è il palo.»

«La crepa è là,» disse Piccio, indicando. «La palla ha colpito qui. Qui non è là.»

«Qui è vicino a là.»

«Vicino non è dentro.»

La disputa proseguì in tale maniera per qualche tempo, come aveva proseguito in molte occasioni precedenti e avrebbe proseguito in molte occasioni a venire, ché le regole del gioco disputato sul campetto di cemento accanto alla parrocchia di San Biagio non erano codificate o permanenti quanto bensì un insieme di intese provvisorie, rinegoziate ad ogni momento controverso con la passione e il rigore procedurale d’uomini che dibattono questioni di genuina conseguenza, il che, nell’economia di quei pomeriggi, di fatto erano.

Il campetto era di cemento. Era stato così per tutto il tempo che potessero ricordare, il che vuol dire per l’intera loro vita, il che vuol dire per non molto tempo affatto, benché sembrasse loro, come sembra a tutti i ragazzi, che il mondo fosse stato disposto nella sua configurazione attuale al principio dei tempi e vi sarebbe rimasto fino alla fine, e che le crepe nel cemento e le erbacce che crescevano attraverso le crepe e i pali di ferro che un tempo avevano retto una rete e ora reggevano soltanto ruggine e la memoria d’una rete fossero tratti tanto permanenti e incontestabili quanto le colline.

Il campetto era troppo piccolo per il calcio e troppo grande per qualunque altra cosa, un rettangolo scomodo confinato da un lato dal muro della sala parrocchiale, da un altro da una rete metallica attraverso la quale i rovi del lotto adiacente avevano da tempo compiuto la loro incursione, da un terzo dal giardino, se giardino lo si poteva chiamare, una striscia stretta e negletta di terra nella quale un fico di esagerata età e incerta salute presiedeva su un sottobosco di ortiche e denti di leone e i resti di ciò che era stato, in un’epoca anteriore e più ottimista, un’aiuola. Il quarto lato era aperto, dando sul vicolo, ed era da questo lato che entravano, ogni pomeriggio, con la regolarità e la solennità di comunicanti che si accostano all’altare, benché ciò a cui si accostavano fosse un rettangolo grigiastro e duro, un pallone che stava perdendo il cuoio, e due pali di ferro in uno stato di avanzata disperazione.

Venivano perché non v’era altro luogo.

Questa è la cosa che va compresa, prima che qualunque altra cosa sia compresa, ed è la cosa più difficile da spiegare a chiunque non l’abbia vissuta: che la parrocchia di San Biagio, col suo campetto di cemento, il suo fico morente e la sua finestra della sacrestia che rimandava la palla storta, non era una scelta ma un’inevitabilità, il singolo punto nella geografia dei loro pomeriggi dove le varie forze che governavano le loro vite, la scuola, la famiglia, la strada, le particolari e non dette gerarchie d’una piccola città, convergevano e brevemente allentavano la presa, e nello spazio così aperto potevano essere, se non liberi, almeno inosservati, il che per un ragazzo è quasi la medesima cosa.

L’edera aveva preso il muro oriental, lentamente, nel corso degli anni, con la pazienza d’un assedio, inviando i suoi viticci nella malta e sconnettendo le giunture fra le pietre, stabilendo, in ogni fessura così guadagnata, un appiglio dal quale lanciare l’avanzata successiva, fino a che il muro stesso era divenuto tanto edera quanto pietra, fuse in un’unica superficie che non era propriamente muro né propriamente pianta ma una terza cosa, un ibrido, una società da così lungo tempo stabilita che i soci non potevano più essere separati senza distruggere entrambi.

I ragazzi avevano inciso sul muro, sul tratto di pietra nuda sotto la finestra della sacrestia dove l’edera non era ancora giunta, una distesa pallida di calcare che riceveva la lama con una disponibilità che rasentava la complicità, cedendo la propria superficie alla pressione d’un temperino con un’acquiescenza molle e gessosa che produceva, ad ogni tratto, una linea di bianco contro il grigio, vivida e vistosa per i primi giorni e poi sbiadita nella tessitura generale della pietra, fino a che solo coloro che sapevano dove guardare potevano leggere ciò che era stato scritto, e anche costoro, dopo tempo sufficiente, non potevano essere certi se i segni che leggevano fossero i segni che avevano fatto o semplicemente l’usura naturale della superficie, la piccola e casuale calligrafia del vento, della pioggia, e del gelo.

Incidevano nomi, date, l’occasionale parola oscena eseguita con cura, come se la scurrilità fosse una forma d’arte e il muro la sua galleria. Incidevano i risultati delle partite che erano state giocate sul campetto di cemento, mettendo a verbale per i posteri il punteggio d’un incontro che nessuno tranne loro aveva testimoniato e che nessuno tranne loro avrebbe mai avuto motivo di ricordare, e l’incidere era, a suo modo, l’atto più serio che compissero in quel luogo, più serio del calcio, più serio delle dispute su se un pallone che aveva colpito la cresta sotto la finestra della sacrestia fosse dentro o no, ché l’incidere era la cosa che sarebbe rimasta, l’unica traccia della loro presenza che avrebbe sopravvissuto al pomeriggio e alla stagione e agli anni, e lo sapevano, benché non lo dicessero, anche perché dirlo sarebbe stato ammettere che i pomeriggi erano finiti, e questa era una proposizione che non erano ancora preparati a considerare.

«Mia madre mi vuole al negozio prima delle sei,» disse un ragazzo di nome Dante, che non portava il nome del poeta ma di uno zio morto in circostanze che la famiglia non discuteva, e che aveva ereditato da questo zio null’altro che il nome e un paio di stivali che gli erano troppo grandi e che indossava ciononostante, imbottiti di giornale nelle punte, perché erano gli unici stivali che avesse e perché il cemento del campetto era inclemente verso calzature minori.

«Non sono ancora le cinque,» disse Ercole.

«Sono passate le cinque. Ha suonato la campana.»

«Quella non era la campana. Quello era il cane di Ferruccetti.»

«Il cane di Ferruccetti non suona.»

«Il cane di Ferruccetti produce un suono che può essere scambiato per la campana da uno le cui orecchie sono meno attente dei suoi piedi, vale a dire da te.»

Dante considerò la cosa. «Mia madre,» disse, con la finalità di chi invoca un’autorità contro la quale nessun argomento, per quanto ingegnoso, può prevalere, «mi vuole al negozio prima delle sei.» E se ne andò attraverso il lato aperto del campetto, nel vicolo, gli stivali dello zio che producevano sul cemento un suono troppo grande per il suo corpo, un passo d’uomo da gambe di ragazzo, e i giocatori rimasti lo guardarono andarsene con quella particolare espressione che i ragazzi indossano quando uno dei loro è stato richiamato al mondo delle madri, dei negozi, e delle obbligazioni, un’espressione composta di pietà e sollievo, e la tenue soddisfazione d’essere, per il momento, ancora non reclamati.

V’era una stanza sul retro della parrocchia, dietro la sala e sotto la sacrestia, una stanza senza scopo dichiarato e senza designazione ufficiale, che aveva servito, in vari momenti della sua storia, come magazzino per innari eccedenti, come luogo dove il parroco teneva il suo vino, come rifugio per un gatto d’età indeterminata e straordinaria longevità che aveva vissuto nella parrocchia per così tanto tempo che se ne parlava come d’un’istituzione piuttosto che come d’un animale, e, più recentemente e più consequenzialmente, come il luogo dove i ragazzi andavano quando il calcio era finito o la pioggia era venuta o il pomeriggio era giunto a quell’ora particolare, né presto né tardi, in cui il corpo è stanco e la mente no e la combinazione dei due produce un’irrequietezza che può essere placata soltanto sedendo in una piccola stanza e parlando di nulla.

La stanza era meno mondo di qualunque altro. Aveva una sola finestra, collocata in alto nel muro, attraverso la quale una porzione di cielo era visibile, una porta che non chiudeva bene, e un pavimento di mattonelle, alcune crepate, alcune mancanti, che erano state rosse un tempo e ora erano del colore del sangue secco. V’era una panca lungo un muro, donata da un parrocchiano il cui nome era registrato su una targa d’ottone ch’era stata fissata allo schienale con viti che s’erano poi arrugginite, sicché la targa pendeva di sbieco e il nome era in parte oscurato dalla macchia verde dell’ossidazione, rendendo l’atto della donazione al tempo stesso permanente e anonimo, il che è forse la forma più pura di carità – o forse semplicemente la conseguenza dell’umidità.

Sedevano sulla panca. Sedevano per terra. Ercole sedeva su una cassetta capovolta che un tempo aveva contenuto bottiglie di vino sacramentale e che ancora recava, su un lato, in lettere stampinate di formalità ecclesiastica, le parole VINO DA MESSA, che Piccio aveva emendato, con un mozzicone di carbone, in VINO DA MESSA IN SCENA, uno scherzo che era stato divertente la prima volta e che, per ripetizione e la lenta accumulazione della familiarità, aveva cessato d’essere divertente e s’era fatto una caratteristica della stanza, fisso e irrilevante quanto le mattonelle crepate e la targa storta.

«Ho fame,» disse Piccio.

«Hai sempre fame,» disse Ercole.

«Ho sempre fame perché sono sempre qui, e qui non c’è mai nulla da mangiare, eppure continuo a venire qui, il che è prova o che la compagnia è eccellente o che sono uno sciocco. Sospetto la seconda.»

«La seconda,» convenne Ercole.

La luce entrava dalla finestra alta nella maniera della luce che è stata filtrata da troppe sostanze interposte, il vetro, la polvere sul vetro, l’edera che aveva iniziato la sua avanzata su questo lato dell’edificio e aveva già inviato un viticcio esploratore attraverso la porzione inferiore del vetro, e giungeva all’interno non come luce, propriamente, ma come un chiarore di seconda mano che bastava per vedere ma non per leggere, il che non aveva conseguenza alcuna, ché nessuno di loro stava leggendo, né aveva alcuna intenzione di leggere, né avrebbe potuto trovare nella stanza alcunché da leggere salvo gli innari, che erano accatastati in un angolo e che avevano, in un’occasione memorabile e rimpianta, tentato di usare come pali da porta, con risultati che avevano tratto dal parroco un rimprovero di tale magnifica e sostenuta furia ch’era entrato nel folclore del gruppo e veniva citato, con ammirazione e con lievi abbellimenti, per anni a seguire.

«Padre Anselmo disse,» recitava Piccio, in quelle occasioni in cui il ricordo veniva invocato, «che noi eravamo, e traduco dall’ecclesiastico, una pestilenza nella casa di Dio, una vergogna per la memoria dei santi di cui portavamo i nomi e che non meritavamo, e che se non sapevamo distinguere fra gli strumenti della devozione e l’attrezzatura dello sport allora non eravamo migliori dei Filistei, i quali identificò, per evitare ogni dubbio, come un popolo che aveva fatto una brutta fine.»

«Non disse Filistei,» disse Ercole. «Disse barbari.»

«Disse prima Filistei e poi barbari. I barbari erano a mo’ di chiarimento.»

«Ricordo soltanto il volume,» disse un ragazzo chiamato Sandro, che parlava di rado e i cui contributi, quando venivano, avevano la qualità di verdetti. «Era considerevole.»

Eppure Padre Anselmo non li bandì dalla stanza. Questo è il fatto di cui nessuno di loro parlava e che tutti comprendevano, ché era il fondamento sul quale l’intero assetto poggiava, il patto non detto fra il prete e i ragazzi, in virtù del quale la stanza era loro a condizione che la condizione non fosse mai enunciata, che l’assetto non fosse mai riconosciuto, che il permesso non fosse mai accordato perché non era mai stato chiesto, e che i ragazzi, a loro volta, si astenessero da atti di così vistosa dissacrazione – come l’uso degli innari quali pali da porta – e avrebbero, la domenica, partecipato alla messa, o almeno sarebbero stati visti partecipare alla messa, il che non è la medesima cosa, benché Padre Anselmo, che non era uno sciocco, comprendesse la distinzione e la accettasse, come accettava tutte le distinzioni fra l’ideale e l’attuale che la pratica della sua vocazione gli aveva, nel corso di molti anni, insegnato ad accettare.

La stanza era loro nel modo in cui una cosa è più veramente posseduta quando è in mano a chi non ha nulla, poiché il possesso di chi non ha nulla è assoluto, non ammettendo confronto né competizione, e la stanza, con le sue mattonelle crepate, la sua targa storta, la sua finestra alta attraverso la quale la voce della luce giungeva, la sua panca, la sua cassetta, e i suoi innari nell’angolo, era tutto, perché non v’era altro, e la totalità di essa non era diminuita ma piuttosto ingrandita dal vuoto dell’alternativa, ch’era la strada, ch’era la scuola, ch’era la casa che non era una casa, o era una casa di quella specie che fa preferire a un ragazzo una stanza sul retro d’una parrocchia con un pavimento di mattonelle rotte e l’odore di vino vecchio in compagnia di altri ragazzi le cui case erano, nelle loro varie e non discusse maniere, similmente comparabili.

Parlavano di ciò di cui parlano i ragazzi: di calcio e di cibo e delle particolari ingiustizie che erano state loro inflitte da maestri e genitori e dal mondo in generale, e parlavano di queste ingiustizie con la scioltezza e la convinzione di coloro per i quali l’ingiustizia non è una teoria ma un meteo quotidiano, una cosa che si sopporta non perché la si comprende ma perché non la si può evitare, come la pioggia non può essere evitata e il freddo non può essere evitato e la fame non può essere evitata, benché possa, con sufficiente ingegno, essere gestita, e la gestione della fame era un soggetto al quale tornavano con una frequenza che rifletteva meno la qualità del loro discorrere che il vuoto dei loro stomaci.

«Se avessi dei soldi,» disse Piccio, e questo era l’esordio consueto d’una speculazione che era stata condotta molte volte e che variava soltanto nei suoi particolari, mai nella sua conclusione, «comprerei un pane da Sanfelice, quello grande, quello col sesamo, e ne mangerei metà adesso e metà dopo, salvo che lo mangerei tutto adesso perché il dopo non esiste quando si ha fame, il dopo è una finzione inventata da quelli che hanno mangiato.»

«Se avessi dei soldi,» disse Ercole, «li dovresti a qualcuno prima d’aver finito di contarli.»

«Questo è vero. Ma li dovrei in uno stato di sazietà, il che è una forma superiore di debito.»

Risero. La risata riecheggiò nella piccola stanza e fu assorbita dagli innari e dalle mattonelle che venivano lentamente reclamate dall’edera, e l’eco morì, e la stanza fu di nuovo quieta.

V’era sete anche. V’era sempre sete, ché il campetto era di cemento e il sole era generoso nella sua attenzione al cemento, e non v’era fontana nel cortile della parrocchia, solo un rubinetto sul retro del giardino che buttava acqua marrone per i primi tre secondi e fredda per i cinque successivi e poi cessava del tutto, richiedendo un’attesa di alcuni minuti prima di poter essere persuaso a riprendere; i ragazzi facevano la coda a questo rubinetto con la pazienza di pellegrini a un santuario, ciascuno prendendo il suo turno e bevendo dal getto con la serietà di chi compie un sacramento, l’acqua che entrava nel corpo e il corpo che la riceveva con una gratitudine che nulla aveva dell’intellettuale e tutto dell’animale, la pura e muta soddisfazione d’un bisogno soddisfatto, d’un buco colmato, d’un fuoco spento.

Non sapevano di essere incatenati. Questa è la cosa che il tempo rivela, lentamente e senza gentilezza: che il luogo che amavano era anche il luogo che li teneva, che i pomeriggi verso i quali correvano erano anche i pomeriggi dai quali non potevano andarsene, che il calcio e la stanza e le chiacchiere e le risate non erano soltanto gli arredi della loro libertà ma anche i confini della loro cattività: la libertà che non ha altrove dove andare non è libertà ma soltanto la forma più confortevole della cattività, e la parrocchia di San Biagio, col suo campetto di cemento, il suo fico austero, il suo rubinetto che sbrattava acqua marrone, e la sua stanza semivuota, era la cosa più confortevole che avessero, e vi si aggrappavano come ci si aggrappa a una zattera, non perché questa sia dove si desidera stare ma perché l’acqua è profonda e la riva non è in vista.

Le catene si spezzarono da sole per il lento e ordinario processo del crescere, il che vuol dire per il lento e ordinario processo di scoprire che vi sono altri luoghi – altri campetti e altre stanze – e che la palla non torna sempre storta dal muro, e che certi muri sono lisci, e che certe case sono case, e che la parola casa, che avevano imparato a definire attraverso la parrocchia di San Biagio, aveva un significato che non avevano conosciuto, un significato che non comprendeva il cemento né le erbacce né un rubinetto che buttava acqua marrone né l’odore di vino vecchio in una stanza dove nessun vino si beveva ma la cui memoria indugiava nelle mattonelle e nel legno della cassetta e nella qualità particolare dell’aria, ch’era l’aria d’un luogo che era stato, in mancanza d’una parola migliore, e in assenza d’una cosa migliore, sacro. Non nel senso in cui la parola era usata la domenica, non nel senso che Padre Anselmo intendeva quando ne parlava dal pulpito nei suoi paramenti e nella sua convinzione, ma nell’altro senso, quello più antico e meno ordinato, il senso che appartiene a qualunque luogo dove esseri umani si sono radunati perché perduti, e hanno trovato nella compagnia degli altri, se non un rimedio, almeno una tregua, una pausa nella lunga marcia del dolore sulla fronte, una stanza nella quale sedere e avere fame insieme – il che è meno terribile che aver fame da soli – e avere sete insieme – il che è meno terribile che avere sete da soli – e ridere insieme di scherzi che non sono divertenti, e non sono divertenti da anni, e che continuano a essere raccontati perché il raccontare è la cosa da fare, la ripetizione è la preghiera, il rituale è il sacramento, e il sacramento è la compagnia, e la compagnia è la stanza, e la stanza è la parrocchia, e la parrocchia è l’unico posto sulla terra dove un ragazzo può sedersi su una cassetta di vino capovolta e essere, per lo spazio d’un pomeriggio, lì.

L’edera s’attorce ancora contro la pietra. Il muro sta ancora in piedi, o stava quando lo vide l’ultima volta, che non fu di recente, ché la distanza fra l’uomo e il ragazzo non si misura in anni ma nell’accumularsi di stanze che si sono interposte, stanze con muri lisci, porte che funzionano, e finestre che lasciano entrare la luce senza scuse, stanze che sono, per qualunque misura ragionevole, superiori alla stanza sul retro della parrocchia di San Biagio, e tuttavia non lo sono, e non potranno mai esserlo, e lo sa, e il saperlo non è più tristezza ma una specie di gratitudine, la gratitudine di chi è stato riparato, per quanto malamente, nella stagione in cui il riparo era più necessario, e che ha portato il riparo con sé, nella grana di esso, nella memoria di esso, nel suono particolare d’una palla che colpisce un muro deformato e torna storta, ch’è il suono della sua fanciullezza, ch’è il suono d’una casa che fu più casa di qualunque casa.