La Svolta del Corridoio
L’intonaco ricorda.
È cosa non comunemente intesa, ché l’intonaco è reputato sostanza muta, un servo del muro, la pelle che ricopre l’osso di listello e legname, e presenta al mondo una faccia di liscia indifferenza, come se nulla di ciò che è accaduto entro la sua giurisdizione fosse stato registrato o ritenuto. Ma ciò è falso. L’intonaco ricorda alla maniera della carne: prende il colpo e trattiene il segno, e dove il segno è stato coperto di pittura o riempito e carteggiato e pitturato di nuovo, là rimane sotto la superficie una perturbazione nella grana, una fessura nella memoria del materiale, che può essere sentita, se vi si passi il dito lungo, molto tempo dopo che l’occhio ha cessato di rilevarla.
La casa sta in una fila di sorelle molto simili a essa, in una strada priva di particolare distinzione, in un quartiere della città che non è né alla moda né interamente sprovvisto di pretese, il genere di quartiere dove l’affitto è pagato ma non senza sforzo, e le finestre sono pulite ma non ogni settimana, e i gradini davanti alla porta sono spazzati ma le erbacce nelle fessure sono tollerate con quella particolare indulgenza che non costituisce propriamente approvazione ma non si darà la pena di costituire obiezione. La casa ha una porta verde, sebbene il colore sia d’una tonalità che ha perduto la propria contesa col tempo atmosferico ed è giunta a un compromesso della sfumatura del muschio sopra una vecchia moneta, e sopra la porta v’è un lunotto di vetro smerigliato attraverso il quale il mattino entra in una condizione di permanente scusa, diffuso e tentennante, come se il sole stesso fosse incerto del proprio benvenuto.
Dentro, un corridoio.
Il corridoio è la spina dorsale della casa. Corre dalla porta d’ingresso alla cucina in fondo, una distanza che è, in piedi e pollici, non rimarchevole, forse dodici iarde, forse tredici, ma che nell’economia delle vite che vi sono state vissute ha acquistato una lunghezza molto superiore alla propria misura, ché è il corridoio attraverso il quale tutto il traffico passa, l’arteria attraverso la quale il sangue del nucleo domestico scorre e ha scorso, e reca sulle proprie pareti e sul proprio pavimento e nella particolare qualità del proprio silenzio l’evidenza accumulata di quel fluire.
V’è un graffio sullo zoccolino all’altezza d’una scarpa di bimbo. V’è un’ammaccatura nell’intonaco al livello dove una spalla, voltando troppo in fretta, colpirebbe l’angolo dove il corridoio incontra la scala. V’è un punto, tre passi dalla porta della cucina, dove l’asse del pavimento emette un suono diverso dagli altri, uno scricchiolio di tono più alto e di qualità più rassegnata, come d’una giuntura alla quale è stato chiesto troppe volte di reggere un peso e che ha sviluppato opinioni in merito. Ciò è il vocabolario della casa. Parla per mezzo di essi, a coloro che hanno le orecchie.
Due persone hanno vissuto qui.
Non vivono qui ora, o piuttosto, una di esse non vive qui ora, e l’altra vi abita, con un’intimità che è inseparabile dalla conoscenza che ciò che lo circonda non è una dimora ma un registro, non una casa ma un catalogo delle varie forme d’impatto che due corpi in moto entro uno spazio ristretto hanno prodotto, producono e produrranno, nel corso di mesi e anni, inevitabilmente.
Vi avevano corso dentro. È la cosa alla quale ritorna, quando gli altri ricordi più dignitosi si sono esauriti e la mente, raschiando il fondo del proprio rammentare alla ricerca di qualcosa che non abbia già rivoltato e esaminato e trovato manchevole, giunge infine alla piccola e indecorosa verità: vi avevano corso dentro. Per il corridoio, per la cucina, su per la scala e giù di nuovo, come corrono i bambini, o come corrono gli amanti quando l’amore è nuovo e il corpo non ha ancora imparato a vergognarsi della propria gioia, quando le gambe si muovono non perché vi sia una destinazione ma perché il sangue lo richiede, perché la felicità è d’una specie che non può essere contenuta nella quiete e deve pertanto essere convertita in moto, qualunque moto, tanto più privo di scopo tanto meglio, ché l’assenza di scopo è essa stessa il punto, l’evidenza che esiste nel mondo un surplus di sentimento che trabocca dal vaso dell’ordinario e deve trovare il proprio canale o scoppiare.
Avevano corso, e non avevano fatto la svolta.
La svolta è dove il corridoio gira, appena prima della cucina, un angolo acuto che l’architetto, se architetto v’era, aveva congegnato senza alcuna considerazione per la velocità dei corpi umani in stati di diletto non governato, sicché chiunque si approssimasse alla curva a quella velocità doveva o rallentare il passo o accettarne le conseguenze, le quali sono una collisione col muro opposto, un colpo di striscio al gomito o all’anca, un tonfo di carne contro intonaco che lascia sul muro un segno e sul corpo un livido, entrambi i quali svaniranno, ma a ritmi diversi, il corpo guarendo più in fretta della casa, il che è forse l’ingiustizia di tutta l’architettura, che essa sopporta il danno che le infliggiamo più a lungo di quanto noi sopportiamo il danno che infliggiamo a noi stessi.
Non rallentarono. Sarebbe stata una concessione al fatto che la casa aveva dimensioni e le dimensioni avevano conseguenze, e non erano, in quei mesi, nel mestiere di concedere alcunché ai fatti. Erano nel mestiere di inventare una vita, il che è un’impresa interamente diversa dal viverne una, e che richiede, come sua prima e più essenziale condizione, la credenza che i muri si sposteranno se vi si corre contro abbastanza in fretta e con sufficiente convinzione.
I muri non si spostarono. I segni sono là.
Sta ora nel corridoio, nel tardo meriggio, nella particolare qualità di luce che appartiene a questa casa a quest’ora, una luce che è passata attraverso il lunotto smerigliato e ne è stata ammorbidita e ha perduto, nel passaggio, qualunque schiettezza avesse un tempo posseduto, sicché giunge al muro del corridoio non come illuminazione ma come una specie di rimembranza, una pallida e diffusa fotocopia di chiarore che non ha più la forza di gettare un’ombra.
Li ha toccati quei segni, nei mesi precedenti, quando il toccare in sé era ancora una forma di comunione, un’imposizione delle mani che aveva qualcosa della preghiera, la petizione muta del vivente all’assente: sii qui, sii qui di nuovo, che il segno sul muro sia il sigillo d’un patto che non è stato ancora rotto e che può ancora essere onorato. Non li tocca ora. Il toccare è divenuto qualcos’altro, qualcosa di più prossimo all’inventario, la catalogazione del danno da parte di chi ha accettato il danno ma non ha ancora determinato che cosa sia dovuto, o da chi, o a quale tribunale il reclamo possa essere sottoposto.
La casa ha altri segni. V’è un punto in cucina dove la gamba del tavolo ha scavato un solco nel pavimento, un’incavatura poco profonda e persistente che dice del tavolo essendo stato spinto indietro, molte volte, con l’urgenza di persone che vi si alzano in collera o in riso o in quella condizione che giace fra le due e che appartiene esclusivamente ai primi anni d’abitazione, quando i mobili non sono ancora assestati, e gli abitanti medesimi non sono ancora assestati e il rapporto fra i due è ancora in fase di negoziazione, la sedia che afferma il proprio diritto a stare dove è stata posta e il corpo che afferma il proprio diritto a porla altrove.
V’è una crepa nel telaio della porta della camera da letto.
Non parla della crepa nel telaio della porta della camera da letto. Non ne parla perché appartiene a una categoria di segno che non è il segno della gioia convertita in moto ma il segno di qualcos’altro, qualcosa che arrivò dopo, quando il correre si era fermato e i corridoi erano ammutoliti e gli unici suoni erano i suoni che la casa stessa produceva, i suoi scricchiolii e assestamenti e il sospiro da qualche punto nel legname che non ha spiegazione pronta, e nel silenzio fra quei suoni l’altro silenzio, quello che non era l’assenza di parole ma la presenza di tutto ciò che le parole non avevano saputo contenere.
Quanto l’avevano bramata. Non può ora recuperare la qualità precisa della brama, ché la memoria del desiderio, una volta che il desiderio è stato soddisfatto e poi insoddisfatto di nuovo, perde la propria consistenza originale e acquista invece la consistenza della perdita, sicché ciò che si ricorda non è il volere ma l’aver-voluto, ch’è una cosa più fredda, un vaso vuoto che ritiene la forma di ciò che conteneva ma non il calore. Avevano bramato questa vita. Questo specifico assetto di stanze, ore, e abitudini, questa particolare geografia di bollitore e capezzale, e del terzo gradino dall’alto che scricchiolava sempre, questa cartografia domestica che stavano disegnando insieme, ogni giorno aggiungendo una linea o un contorno, ogni sera misurando ciò che avevano mappato e trovandolo, se non perfetto, almeno riconoscibile, un paese che potevano rivendicare, per quanto provvisoriamente, come proprio.
Casa era una forma che avevano ancora da imparare. Lo vede ora con la chiarezza che la distanza conferisce, la quale non è saggezza ma semplicemente capacità di vedere la forma d’una cosa dopo che ci si è allontanati abbastanza da essa, come un uomo che è stato troppo vicino a un muro vede soltanto la grana dell’intonaco, ma un uomo che sta in fondo al corridoio vede l’edificio, e la crepa nel telaio della porta, e il graffio sullo zoccolino, e l’ammaccatura dove la spalla colpì l’angolo, e tutto insieme non costituisce un muro, una stanza, un bilocale, ma una storia, una narrazione iscritta nel danno, leggibile soltanto da una distanza che è anche una perdita.
Un altro spazio ov’ordir nostro affetto. La frase gli giunge, non invitata, e la volta sull’incudine del proprio considerare e la trova, come trova tutte le sue rimuginazioni, al tempo stesso vera e decorativa, ché l’ordire non è una metafora che avrebbe scelto nell’ora spoglia e sgraziata dell’effettivo, quando l’ordire era più propriamente un inciampare, un arrancare attraverso stanze le cui dimensioni non avevano ancora affidato alla memoria del corpo, sicché gli angoli comparivano dove nessuno se li aspettava e le porte rifiutavano d’aprirsi nella direzione che la mano supponeva, e l’intera vita domestica era una serie di piccole collisioni, alcune tenere, alcune meno, che lasciavano il loro registro sui muri e sulla pelle e sull’aria fra di loro, la quale non era mai del tutto ferma e mai del tutto assestata e mai del tutto ciò che nessuno dei due aveva immaginato che sarebbe stata, ché l’immaginare è sempre più pulito della cosa immaginata, e la cosa immaginata è sempre più grande delle stanze che devono contenerla.
Non la vide mai crollare.
Vi ritorna come a un sasso nella scarpa, un fatto piccolo e persistente che altera l’andatura, che non può essere ignorato e non può essere rimosso, ché è incastrato in un punto che le dita non possono raggiungere, incuneato fra la suola e la carne, fra ciò che si sente e ciò che si comprende, e ogni passo lo preme di nuovo contro l’osso.
Non la vide crollare. Non nel corridoio, non in cucina, non nella camera col telaio incrinato, non nella tromba delle scale dove la luce dalla finestra del pianerottolo cadeva nel tardo meriggio ad un’angolazione che rendeva visibile la polvere, ogni granello un piccolo e temporaneo sole che girava nell’aria con la lenta maestà delle cose che non sanno d’essere osservate. Non crollò quando il correre si fermò. Non crollò quando il silenzio venne. Non crollò quando il silenzio cessò d’essere l’assenza di parole e divenne invece la presenza d’una decisione che non era stata ancora pronunciata ma che poteva essere avvertita nel modo in cui si muoveva attraverso le stanze, il suo corpo che già cominciava a staccarsi dalla casa, già cominciava a dimenticare la posizione dello scricchiolio sul terzo gradino, già cominciava a rilasciare la conoscenza di quale credenza contenesse i bicchieri e quale le tazze, la piccola enciclopedia dell’abitazione domestica metodicamente smantellata, voce per voce, in anticipo sulla partenza che non era ancora stata annunciata ma che la casa, nel suo intonaco e nel suo legname e nel suo particolare silenzio pomeridiano, aveva già registrato e cominciato, nella sua propria lenta e silenziosa maniera, a piangere.
Lui pianse. Non ha difficoltà ad ammetterlo, ché non gli costa nulla ormai, le lacrime essendosi da tempo seccate in quel residuo di sale che rimane e sporca, e che ha, quando lo si incontra per caso, passando una mano sul volto nel buio, una qualità d’archeologia più che di tristezza, la traccia d’un dolore che è stato sentito e espresso e depositato e che è ora semplicemente uno strato, un livello nella geologia del volto, che può essere scavato ma non risperimentato.
Non la vide crollare, e non sapeva perché, e il non-sapere era, fra tutte le cose che rimanevano dopo che lei partì, la più duratura, la più resistente ai vari solventi che vi aveva applicato, le falsità, le tinture dell’intendimento retrospettivo, le preparazioni di spiegazione e contro-spiegazione che si era somministrato con la diligenza d’un uomo che ha perduto la fede nella medicina ma continua perché l’alternativa è starsene con la ferita scoperta e sentirla per quel che è.
La casa ha pianto. Sa che è una fantasticheria, una proiezione sull’inanimato, un accreditare ai muri una capacità che non possiedono. Ma la casa ha pianto, a suo modo. Il tubo nel bagno di sopra che piange d’inverno, un gocciolare lento e persistente che forma, nel corso di settimane, una macchia sul soffitto della stanza di sotto, un’aureola bruna e crescente che rassomiglia a nient’altro tanto quanto all’ombra d’un volto veduto attraverso vetro smerigliato, indistinto e inaffidabile, là e non là, il che è, egli riflette, una discreta descrizione di tutto ciò che la casa contiene ora, compreso sé stesso.
La porta d’ingresso si apre sulla strada. Ha considerato questo, l’ordinarietà della cosa, il fatto che la distanza fra la vita che sta vivendo e la vita che altri uomini stanno vivendo non è maggiore dello spessore d’una porta verde in stato di avanzata negoziazione col meteo, e che oltre quella porta la strada continua e la città persegue le sue enormi e indifferenti faccende, e che lui potrebbe, se volesse, aprire la porta e varcarne la soglia e divenire uno di quegli uomini, un uomo in una strada, un uomo senza un corridoio e una svolta e una crepa nel telaio d’una porta di camera da letto e la memoria del correre e del non fare la curva.
Non lo fa perché la casa, con tutto il suo danno, è l’unica struttura che rimane, e lasciarla sarebbe lasciare l’ultimo luogo dove i segni sono, e i segni sono tutto ciò che ha di quel che fu, la sola evidenza che il correre avvenne, che la gioia fu vera, che i muri furono colpiti e l’intonaco resse e il pavimento ricevette il peso di due persone nella piena e sconsiderata velocità d’una vita che bramavano e che non avevano ancora cominciato e che non poterono, come si dimostrò, sostenere.
E forse lei rimane. Non nella casa, non nel corridoio, non in alcuna stanza o scala o soglia che possa essere varcata o evitata, ma nelle parole, nel modo peculiare e ineradicabile in cui una persona che è partita dalla propria vita non parte dal proprio linguaggio, sicché certi parlare, un tempo neutri, diventano inabitabili, colonizzati dall’associazione, e certe frasi, un tempo innocue, diventano corridoi esse stesse, con le proprie svolte e i propri segni e la propria velocità, e vi si corre attraverso come si corse attraverso la casa, senza rallentare, senza fare la curva, colpendo i muri del significato e lasciandovi il livido dell’aver significato troppo.
Sta nel corridoio. La luce dal lunotto sta svanendo, ora, il meriggio cede le proprie pretese, e il corridoio si va oscurando, dal fondo prima, la cucina che retrocede nell’ombra mentre la porta d’ingresso trattiene ancora un poco del giorno, e nello spazio che si restringe fra la luce e il buio lui sta, e la casa gli sta intorno, e i segni sono sui muri, e lo scricchiolio è nel pavimento, e da qualche parte, nell’intonaco, nella grana di esso, nella memoria del materiale, v’è il registro d’un impatto che un tempo fu chiamato felicità e che ora è chiamato qualcosa per il quale non ha ancora trovato termine, e forse non la troverà mai, e forse non ha bisogno di trovarla, ché la casa lo sa, e lo tiene, e lo terrà molto dopo che l’uomo se ne sarà andato e la porta si sarà chiusa e il corridoio si sarà oscurato al punto in cui anche i segni non sono più visibili, benché siano, per tutto questo, là.
E “termine” è forse il termine di cui ha bisogno.