Marco Delrio

FrammentiFragments

L’Ultima Sigaretta

La bufera si preparava dal primo pomeriggio. Sopra i tetti il cielo aveva preso un colore livido che non apparteneva a nessuna ora precisa, il colore di un temporale che raccoglie le forze, nuvola su nuvola, come un avvocato che sistema le carte prima dell’arringa contro la città e ancora non sa se pronunciarla in pioggia o lasciarla in minaccia. Quando accesero i lampioni, che in quella stagione e in quel quartiere succedeva presto, cominciarono a cadere le prime gocce. Erano grosse e molto distanziate, e ognuna batteva sul selciato con il suo rintocco, come se il cielo stesse saggiando il terreno prima di un assalto più grande.

L’uomo camminava.

Andava avanti da un po’, senza saper dire da quanto. Era il passo di chi ha per meta il passo stesso: il corpo chiede moto, la mente chiede che il corpo sia occupato, e i piedi fanno ciò che i pensieri non riescono a fare, procedere in una sola direzione senza tornare su se stessi.

Il cappotto andava bene per la mattina e alla sera era troppo leggero. Nella mano sinistra, tenuta tra il secondo e il terzo dito con un’abitudine tale da essere diventata un tratto della mano stessa, ardeva una sigaretta. Non era la prima della giornata. Non era l’ultima. Fumare aveva smesso da tempo di dare piacere e continuava per inerzia, perché smettere richiederebbe una decisione, e le decisioni, quella sera, erano una moneta che aveva già speso oltre i propri mezzi.

La pioggia gli trovò il bavero. Lui lo lasciò com’era.

C’era stata una lettura, in una sala che conosceva bene: sedie pieghevoli, un palco basso, odore di vecchio tendaggio mescolato al fumo e a un residuo dolciastro di birra versata sulle assi. Si era alzato davanti a fedeli, curiosi, e semplici perdigiorno, e aveva letto. Quaranta minuti dopo, a sei o sette strade di distanza, non ricordava cosa. Leggere in pubblico la propria opera è una parentesi: la voce va avanti, le parole escono, la sala siede nelle sue posture di attenzione e distrazione, e tutto attraversa la mente come la luce attraversa un vetro, senza lasciare segno. Sapeva soltanto che qualcuno aveva ascoltato. Alla fine c’era stato il solito mormorio a metà tra applauso e silenzio, il rumore di un pubblico che si scioglie dall’obbligo di essere stato chiamato in causa.

Dopo, una donna di cui non sarebbe riuscito a ricomporre il volto gli aveva detto qualcosa sull’opera che resta. Su un’impronta.

Lui aveva sorriso. Sapeva farlo bene. Era uno degli arnesi che si portava addosso per attraversare certe serate, tenuto in ordine e sempre pronto, e costava quanto la sigaretta tra le dita, con lo stesso scopo: riempire lo spazio tra un momento e il successivo con un gesto che somiglia al significato senza pagarne il prezzo.

La pioggia si intensificò. Aveva trovato il suo argomento e lo pronunciava senza lasciare spazio alla replica, battendo sui ciottoli come l’applauso di un pubblico piccolo e convintissimo, di quelli che applaudono per fede nell’applauso, qualunque cosa sia stata eseguita. Svoltò un angolo e si ritrovò in un vicolo dove non aveva intenzione di entrare, stretto tra palazzi i cui piani alti si sporgevano uno verso l’altro come vecchi cospiratori. Dalle grondaie scendevano due cortine d’acqua che si incontravano a mezz’aria e cadevano insieme sul selciato.

Si fermò sotto la tenda di un negozio chiuso da ore. Dietro la vetrina appannata c’erano oggetti che nel buio riusciva a malapena a distinguere, roba d’uso, roba fatta per la manutenzione dell’ordinario. Si appoggiò al muro. La sigaretta si era spenta e la riaccese. Nella fiammata del fiammifero vide il proprio viso riflesso nel vetro bagnato, e lo riconobbe all’incirca, nei tratti generali e senza più i dettagli.

Quello che mostrava agli altri era un altro.

Era una costruzione, un ritaglio laccato: espressioni, posture e silenzi calibrati che messi insieme somigliavano abbastanza a un uomo da togliere a chiunque il motivo di guardare oltre. Dietro, supponeva, c’era un altro viso, o l’assenza di un viso, un vuoto dove dovevano stare i tratti dell’uomo vero, consumati da anni di recita del personaggio presentabile, come un palinsesto raschiato tante volte da mostrare solo la pergamena nuda e sfregiata.

Pensò alla verità, quella piccola, la verità di ciò che un uomo pensa davvero sotto una tenda, nella pioggia, con una sigaretta riaccesa e l’applauso di quaranta minuti prima che si raffredda in memoria come tè dimenticato su un tavolo. Niente sistemi, niente prove, niente impalcature di ragionamento. Più di una volta aveva pensato di farne materia per la sua opera: se avesse scritto senza ornamenti né scappatoie il contenuto reale della propria mente, il lutto, il non detto, il passato taciuto, ne sarebbe uscita un’onestà forse poco bella ma reale, e il reale poteva valere quello che il bello aveva smesso di dare.

Non l’aveva mai fatto. Ogni volta che si avvicinava, si presentava davanti una faccia inattesa: la banalità. Nessun gioiello sotto la scoria, era lei la scoria, la sostanza quotidiana di una vita passata quasi tutta nell’intervallo tra una sigaretta e la successiva. Scriverla avrebbe voluto dire scoprire che sotto le maschere c’era poco da nascondere, soltanto la tristezza ordinaria di un uomo che una volta aveva avuto qualcosa e ora non l’aveva più, senza saper dire con certezza che cosa fosse, se non che la sua assenza era diventata la forma dei suoi giorni, lo stampo in cui ogni mattina si versava e che per sera si induriva in un giorno uguale al precedente.

Meglio le maschere.

Aveva amato. Doveva dirlo, almeno a se stesso, perché da quel fatto dipendevano tutti gli altri, la chiave di volta dell’arco, e girarci attorno voleva dire descrivere la forma di un’assenza senza nominare ciò che l’aveva riempita. Poi erano venute meno le condizioni in cui quell’amore poteva reggersi, e questo è più complicato e più noioso di una fine: chi ama resta con la capacità intatta e senza nessuno a cui rivolgerla, e la capacità diventa un’afflizione, un muscolo che continua a contrarsi senza il braccio che doveva muovere.

Non sapeva se l’avesse perduta o gettata via. La differenza contava più di ogni altra cosa, e da tanto tempo restava senza risposta. Perderla era una tragedia, o almeno la cugina piccola e personale della tragedia, quella che lascia in pace gli dèi e riguarda soltanto chi la subisce. Gettarla via era peggio, e per questo non aveva un nome. Lo sentiva, quando si concedeva di sentirlo, come una follia particolare: la ragione intera e lucida che assiste a ciò che è irragionevole.

La sigaretta era arrivata al filtro. La tenne un momento più del dovuto, sentendo il calore avvicinarsi alle dita, un piccolo disagio preciso, almeno una sensazione del presente. Poi la lasciò cadere in una pozza, dove si spense con un sibilo quasi inudibile sotto la pioggia. Gli parve il suono più onesto della serata, più della sua voce che leggeva a un pubblico che ascoltava o no, più del mormorio di apprezzamento, più dell’osservazione della donna sulle impronte e sul restare, più del sorriso con cui l’aveva accolta.

La sigaretta l’aveva visto. Lo capì con la chiarezza che arriva a tarda ora, quando la mente ha finito le operazioni complicate e le restano le cose semplici e ovvie. Nella sua breve esistenza era stata l’unico testimone di ciò che accadeva dietro il ritaglio: aveva bruciato tra le sue dita mentre le maschere erano da parte e la lacca asciugava, mentre l’uomo, chiunque fosse, stava in piedi o camminava nella condizione del suo vero sé, fatta di lutto, di letizia e di disperazione tutti insieme e nessuno da solo, intrecciati come il fumo con l’aria che lo riceve e lo rende invisibile.

Uscì da sotto la tenda. La pioggia lo accolse senza cerimonie. Cadeva su giusti e ingiusti e semplici confusi con la stessa indifferenza, e in quell’indifferenza trovò una specie di compagnia, quella di una cosa che chiede soltanto che tu sia bagnato. Le strade ormai erano vuote, o quasi: era passata l’ora oltre la quale la città rinuncia ai suoi diritti sui desti e si consegna ai ratti e ai camminatori solitari, che stanno fuori senza ragione perché le stanze che hanno lasciato hanno un silenzio cresciuto troppo forte e muri troppo loquaci.

Pensò: ho passato gli anni a costruire uno strumento per dire cose che non penso davvero, e lo uso con tanta abilità che quelle cose hanno preso la lucentezza e la durata dell’arte, mentre quelle che penso si sono ritirate in una regione così lontana che non le recupererei nemmeno volendo, perché la strada per arrivarci passa dal paese di maschere, lacca, e fumo che ho costruito tra me e la nuda verità, e percorrerla vorrebbe dire smontare l’unica struttura che ancora regge.

Come pensiero era scomodo e accurato.

Camminò con il cappotto ormai fradicio e le scarpe che facevano il suono di risucchio del cuoio alle ultime trattative con l’acqua. Che cosa resta se la bufera, cioè la forza accumulata di tutto ciò che ha scritto e potrebbe ancora scrivere, attraversa il mondo e lascia dietro di sé un’impronta che il vento conserva? Un’orma, forse. Un ritmo. La forma di un verso che un camminatore futuro potrebbe calcare senza saperlo, badando soltanto che il terreno qui è più saldo e la via, benché stretta, tiene.

Era una piccola ambizione, quella di un uomo che ha lasciato andare le ambizioni grandi una alla volta, come una nave nella bufera getta il carico per restare a galla, e resta con lo scafo e la certezza che, per malconcio che sia, può ancora navigare.

O era vanità. Le due cose potevano stare insieme. Si può voler lasciare un’impronta per l’impulso più generoso, che qualcosa di ciò che si è fatto serva o diletti chi viene dopo, e insieme per il più egoista, il bisogno di credere che la propria esistenza sia stata più dell’intervallo tra il primo respiro e l’ultimo, e che i giorni accumulati abbiano prodotto un residuo che non sarà spazzato via quando verrà il momento di spazzare, come viene sempre, come deve.

Arrivò a un ponte. Non lo attraversò. Si fermò all’imbocco e guardò il fiume, gonfio di pioggia, che correva con una velocità e un buio da tempo più che da acqua. I lampioni vi si riflettevano in lunghe colonne di luce gialla, spezzate e ricomposte dalla corrente, come se il fiume cercasse di leggere qualcosa scritto sulla propria superficie senza riuscire a tenere fermo il testo abbastanza da capirlo.

Accese un’altra sigaretta. Sotto la pioggia il fiammifero richiese tre tentativi. Al terzo la fiamma tenne, e la riparò nel cavo della mano. Nel bagliore arancione vide le proprie mani, le stesse che un’ora prima avevano retto le pagine e, in altri anni, altre cose che ora non c’era più modo di reggere, cose che avevano preso la strada del fiume, a valle, nel buio, e che nessuno sforzo avrebbe riportato indietro.

La sigaretta prese. Si raddrizzò.

Il vento veniva da est ormai e portava l’odore delle concerie, dei magazzini, della grande macchina indifferente della città che continuava le sue faccende nel buio. Il fumo salì, si unì al vento e si disperse. Lo guardò andare e gli parve il ritratto più preciso della propria opera che avesse mai visto: qualcosa nato dal fuoco, visibile per poco contro il buio, disperso dal primo fiato dell’indifferenza del mondo, con dietro soltanto il ricordo tenue e acre di essere stato.

Sorrise, senza scopo e senza pubblico, come il corpo che riconosce una verità troppo grande per il riso e troppo familiare per le lacrime. Restò lì, sul ponte, sotto la pioggia, con la sigaretta accesa fra le dita, il fiume che correva sotto e la città che andava avanti con le sue faccende nel buio. Non si mosse. Non attraversò. La pioggia cadeva, il fumo saliva, e il vento li prese entrambi, e nessuno dei due lasciò un’impronta.