Allo Scrittoio
V’è anche una soffitta, ch’ella ha, di fatto, le proporzioni e il temperamento d’una soffitta, essendo bassa in altezza e storta di muro, e posta a tale distanza sopra il vicolo da non ricevere dalla faccenda degli uomini di sotto suono alcuno salvo una sorta di generale e indistinto mormorare, il quale giunge all’orecchio non come dire ma come memoria di conversato, spogliato delle sue familiarità, e utile soltanto in quanto conferma che il tutto di sotto prosegue nel suo enorme e indifferente girare. La stanza è piccola. Una canna fumaria sporge dalla parete di fondo e presta all’intera camera una sbilencatura, una deformità, come d’un teschio veduto dal di dentro, l’osso occipitale che preme l’intonaco all’indentro e rifiuta ogni correzione. Libri giacciono sparsi senza un ordine che un visitatore potesse discernere, benché non v’è stato visitatore nel giro di molte settimane, e la questione dell’ordine è pertanto d’interesse a nessuna intelligenza salvo quella dell’uomo che siede alla scrivania, e costui ha da lungo tempo cessato di considerarla.
Quest’uomo siede là da ore. Quante non saprebbe dire con certezza, ché il sego nel suo doppiere ha bruciato da cosa di sostanza a cosa di poco o malappena, un mozzicone e una pozza di grasso nella quale la fiamma ancora vive, ma quali certi vecchi vivono, con una persistenza che ha sopravvissuto alla propria occasione e ora prosegue per mera forza d’abitudine, dando una luce più bruna che dorata, un’esalazione malata e consuntiva che trema ad ogni agitarsi del refolo sotto la porta. A questa luce l’uomo ha scritto. L’inchiostro sull’ultimo rigo non s’è ancora seccato. La penna d’oca, un misero strumento dal pennino molto consumato e fesso in punta, giace di traverso sulla pagina ad un angolo che dice d’una mano rilasciata non con dolcezza ma con l’improvviso sciogliersi d’una presa tenuta troppo a lungo e troppo stretta, come un crampo, forse, o altrimenti quell’altro sciogliersi, quello che viene dopo che l’ultima parola è stata posata e la mente, la quale per lo spazio della composizione è stata una fornace, bruscamente si raffredda in una fucina senza più nulla da ardere.
Non lo rilegge. Non li rilegge mai.
V’è una pratica nel non-rileggere, una superstizione quasi, come d’un uomo che avendo gettato la propria sorte nel fosso non si sporge a guardare dove sia caduta. Ché il componimento, se componimento esso sia, appartiene già a un altrove che non è né la pagina né la sua memoria ma un qualche terzo paese, senz’aria e senza mappa, dove i versi finiti vanno ad ammuffire in compagnia dei loro simili, non reclamati da anima alcuna e non visitati da occhi. Egli lo sa. Lo ha saputo col secondo sonetto, e col quinto, e con l’undicesimo, e ormai il sapere s’è fatto stantio esso stesso, un callo sopra un callo, così spesso ch’egli non sente più cosa giaccia sotto, se ferita o soltanto osso.
Un piatto di pane e formaggio, intatto dal mattino, ha acquistato sulla sua superficie quella tenue trasparenza che il formaggio vecchio prende quand’è rimasto troppo a lungo in una stanza asciutta. Egli non lo guarda. Non guarda nulla in particolare. Il suo sguardo è di quella varietà sfocata che appartiene agli uomini in pensiero o agli uomini in stupore, e a quest’ora, in questa stanza, la distinzione fra i due è di ben scarsa conseguenza per qualunque delle parti in causa.
Pensa: Sarà costei la frenesia ch’ì leggo sovente ne’ libri d’animo turbato?
La domanda non è rivolta ad ascoltatore alcuno, ché non ve n’è, né a sé stesso esattamente, ché il sé che potrebbe rispondere è il medesimo sé che domanda, e rispondere alla propria domanda col proprio intendimento è semplicemente udire l’eco d’una stanza e chiamarla compagnia. Ha letto di tale frenesia nelle lettere d’altri uomini, uomini d’epoche passate e della sua, i quali avevano scritto della compulsione come fosse una malattia mandata dal cielo, un morbo divino, un’afflizione eletta, il segno di coloro che gli dèi si son dati la pena di distinguere dalla comune brigata. Ma egli diffida della loro testimonianza, e ne ha diffidato da lungo tempo, ché quegli uomini erano stati letti e lodati e posti sugli scaffali, e l’afflizione d’un uomo che è lodato per la propria afflizione è creatura del tutto diversa dall’afflizione di chi siede in una soffitta col formaggio che indurisce sul piatto e non un’anima nell’intera ampiezza del mondo che dica se il sonetto appena concluso sia opera d’una mente toccata dal fuoco o semplicemente dalla febbre.
Tal’avulgermi del volgo, tal rifiuto cieco. Egli volta le parole sull’incudine del proprio considerare e le trova, come trova tutte le sue parole entro momenti dal porle sulla carta, al tempo stesso vere e insufficienti: vere alla maniera d’una mappa che mostra le strade ma non il tempo che fa, e insufficienti alla maniera di tutte le mappe, le quali non possono comunicare l’esperienza del camminare. Ché non è avulsione, propriamente. Egli non disprezza il volgo. Lo invidia, talvolta, con una ferocia che ha in sé qualcosa della qualità del lutto, il loro accontentarsi delle superfici delle cose, la loro sufficienza a sé stessi, la loro capacità di mangiare e ridere e litigare su faccende di nessuna durevole importanza senza il costante sottobrusio di quell’altra voce, quella che dice “annota questo, mettilo in metro, fa di questo istante fugace una forma che sopravviva all’istante quand’anche nessun altro occhio vi si posi mai.”
Si alza. La sedia raschia sulle assi con un suono che potrebbe svegliare qualunque dormiente nelle stanze di sotto, ma egli non se ne cura affatto. In piedi, è più alto di quanto la stanza sembri consentire, o piuttosto, la stanza sembra concepita per un uomo che sieda perpetuamente, ché la trave che attraversa il soffitto nel suo punto più basso gli incontra la fronte senza avvisare. La tocca con una mano, distrattamente, come un uomo tocca una ferita per confermare che ancora ci sia.
Né sulle porte un mio segno si fe’.
Non sa, ora, se il verso che ha appena scritto si riferisca alla sua poesia o alla sua dimora o a una qualche condizione dell’anima che comprende entrambe e non è soddisfatta da nessuna. È nella natura della cosa che fa, questo scarabocchiare nel buio, che le frasi, una volta poste, moltiplicano i loro significati con una fecondità ch’egli non ha sancito e non può governare, sicché un varco diviene al tempo stesso una porta e una soglia e una misura e un fallimento, e l’uomo che non sa tracciarlo è al tempo stesso un poeta e un muratore e un pellegrino che non è giunto a destinazione alcuna e non ha costruito dimora alcuna e tuttavia continua a camminare, perché il camminare e lo scrivere sono una medesima cosa, e cessare l’uno è cessare entrambi.
Va alla finestra. È chiusa, come sempre d’altronde, ché l’aria di fuori puzza delle concerie e del fiume in bassa marea, e ambedue sono peggio dello sfiato esausto di dentro. Attraverso il vetro, appannato dalla sporcizia di mesi, vede i tetti di fronte, e sopra di essi un cielo che non è né nero né grigio ma d’un colore per il quale il suo idioma non ha vocabolo appropriato, un vuoto livido e scontroso, senza stelle, senza luna, senza nulla che lo raccomandi salvo la sua ignavia, la quale è almeno una qualità onesta e una ch’egli ha imparato, dopo lungo e involontario apprendistato, a preferire sopra la maggior parte delle altre. Preme la fronte contro il vetro. È freddo. Questo è qualcosa. Il freddo contro l’osso del cranio è un fatto, piccolo e innegabile, e ha vissuto queste ore passate in una regione dove i fatti sono scarsi e incerti e l’unico suolo solido è la pagina, la quale non è affatto solida ma una specie di pozza di sabbie affamate che reggono il peso solo fintanto che uno non ci si fermi sopra.
Per qual fine? Domanda questo non con passione ma con la stanca precisione d’un uomo che l’ha domandato molte volte prima e non ha ricevuto risposta soddisfacente e domanda ora soltanto perché il domandare s’è fatto abituale, un solco nella mente levigato dalla ripetizione. Potrebbe uscire. Potrebbe scendere la scala e camminare nel vicolo e trovare una casa dove uomini siedono a bere e parlare di faccende che nulla hanno a che fare con il verso o l’inchiostro o il particolare tormento d’una parola che non vuol venire giusta. Potrebbe farlo. L’ha fatto in altri tempi, in altre notti, e ha seduto fra loro e bevuto la sua misura e parlato quando interpellato, ed è tornato alla soffitta in seguito sentendosi non rinfrancato ma estraniato, come se avesse visitato un paese di cui intendeva i costumi ma di cui aveva dimenticato la lingua, o mai veramente imparata.
A darmi scorno e spinger al sonno, a mensa, a dir parola a cor molesto. Ma per qual fine? Che serve in fondo?
Ché il mondo fuori dalla soffitta, il mondo di vicoli e taverne e volti e mani strette in saluto, non è un mondo dal quale sia stato scacciato ma un mondo dal quale si è allontanato per gradi, ciascun allontanamento così lieve da essere impercettibile nel momento del suo accadere, fino a che la somma degli allontanamenti è divenuta una distanza ch’egli non può agevolmente riattraversare. E la distanza non si misura in miglia né in anni ma nell’accumularsi di serate come questa, serate in cui la penna d’oca fu presa in mano e il resto intero fu messo da parte, e ciascuna di tali serate fu un seme, e i semi han dato un raccolto, e il raccolto è questo: la sua calma. La sua solitaria e intraducibile calma, che non è pace, che non è felicità, che non è neppure contentezza, ma che è sua, e che si concede a lui solo, nell’atto di apporre l’ultimo segno d’inchiostro, e in nessun altro atto, e in nessun’altra ora.
Ricorda, o tenta di ricordare, un tempo prima della scrivania. Il ricordo non è tanto sbiadito quanto riscritto, sovrascritto, palinsestato dagli anni d’inchiostro e di versi fino a che il testo originale non è più leggibile. Era stato un ragazzo, presumibilmente, d’appetiti ordinari e paure adeguate, terrorizzato da ciò che tutti i ragazzi temono, ch’è l’immensità del mondo e la propria piccolezza entro di esso, e il vasto e terribile meccanismo degli altri uomini, i quali si muovono per i loro propositi con una sicurezza che gli pareva allora, come gli pare adesso, il segno d’una qualche competenza senza la quale egli era nato. Quel terrore. Quel terrore primordiale e grezzo dell’altro. Era stato con lui sempre, un ronzio sotto la melodia, e la scrittura, quando venne, non aveva azzittito il ronzio ma gli aveva dato un ritmo, uno schema, una forma che poteva esser posta sulla carta e contemplata dal di fuori, il che non è lo stesso che padronanza ma ne è almeno la parvenza, e la parvenza l’ha sostenuto più a lungo di quanto avesse diritto di aspettarsi.
Fui sordo e cieco a tal dono negato, ché ogni calcagno sopra la mia costa non fu se non tremor di stirpe umana.
Lo vede ora con una chiarezza che ha in sé alcunché della qualità della crudeltà: che ciò ch’aveva preso per la persecuzione del mondo, i piedi sul costato, le varie umiliazioni d’un temperamento mal adatto alla propria epoca, era stato in verità nessuna persecuzione affatto ma soltanto l’ordinario attrito d’un uomo fra gli uomini, il comune sgomitare della brigata, che gli altri sopportano senza commento e che egli solo aveva elevato alla dignità della sofferenza, perché aveva bisogno della sofferenza, perché la sofferenza era il combustibile che la fornace richiedeva, perché senza di essa la fucina si sarebbe raffreddata e la penna sarebbe rimasta inerte e sarebbe stato obbligato a unirsi alla brigata, infine, e imparare i loro costumi e parlare la loro lingua e mangiare il loro pane senza prima tramutarlo in verso.
Ritorna alla scrivania. La candela si è consumata di più, se ciò era possibile, e le ombre nella stanza si sono spostate, sicché la stortura della parete di fondo è ora più pronunciata, la canna del camino una spalla incurvata nel buio. Siede. Guarda la pagina. Non legge le parole, ma guarda la forma che fanno sulla carta, i blocchi di versi con i loro margini destri frastagliati, e gli sembra che non rassomiglino a nulla tanto quanto a un insieme di sbarre, una gabbia fatta di linguaggio, e che la cosa intrappolata dentro la gabbia sia precisamente la cosa che l’ha costruita.
Viene un suono dalla penna, uno scricchiolio che esiste in qualche luogo fra l’ultimo tratto e il prossimo, un gemito dello strumento mentre si piega sotto la pressione della mano. Egli immagina, e sa che è una fantasia, che la penna abbia una sorta di coscienza, una consapevolezza bassa e riluttante, come d’una bestia da soma che non sa perché è aggiogata ma sente il giogo e vi si adatta. Il mostro fello, color di pece. Ha scritto questo, o qualcosa di simile, nel componimento che non rileggerà, e non sa donde l’immagine sia venuta, solo che è arrivata con la forza del riconoscimento, come certe immagini fanno, balzando pienamente formate da qualche cantina della mente dove sono state accovacciate, forse per anni, aspettando che la porta si aprisse.
Sporge il capo, quel mostro, dal buio del calamaio o dal pennino fesso o da qualunque recesso dello strumento che un tale essere possa supporsi di abitare, e lo riguarda, e il suo riguardare ha in sé alcunché della qualità d’una domanda: il pensier novello muterà ’l corso, o come l’altri, in vece, sarà un cantare ancóra, una figura dipinta e intrisa d’angoscia e delirio?
Non ha risposta. O piuttosto ha la sola risposta che l’onestà concede, ch’è che lo sa benissimo. Sa che questa notte passerà come le altre son passate, e che il sonetto si unirà agli altri nel cassetto, e che il cassetto li terrà come una fossa tiene i suoi inquilini, nella quiete e nelle tenebre, nella democrazia della negligenza, e che l’indomani si alzerà e si muoverà attraverso le ore come s’è mosso in tutti gli indomani precedenti, e che alla sera la penna sarà ripresa, e il mostro sporgerà di nuovo il capo, e la domanda sarà posta di nuovo, e la risposta sarà la medesima, e la ripetizione sarà al tempo stesso l’afflizione e il rimedio, la ferita e la benda, la prigione e l’unica dimora ch’egli abbia mai costruito che non crollasse al primo vento.
Prende la penna. La posa. La riprende. Questa oscillazione, pensa, è l’intera sua esistenza distillata in un solo gesto. Prendere lo strumento è entrare di nuovo nella frenesia, cedere al desiderio, sciogliersi dal mondo del pane e del formaggio e della conversazione e rientrare nell’altro paese, quello che esiste soltanto nell’atto dello scrivere e svanisce nel momento in cui lo scrivere cessa. Posarla è tentare il ritorno, provare la scala e il vicolo e la casa degli uomini che parlano, sapendo per tutto il tempo che il tentativo fallirà, che tornerà indietro, che è sempre tornato indietro, che la scrivania e la candela e la penna non sono i mobili della sua stanza ma l’architettura della sua reclusione.
Or qui m’adagio e ’l canto ne dispenso, che null’altro avanza fuor che piegar a queste voglie d’un pensiero denso che, sotto ’l desco, pare ancor russar.
Sotto ’l desco, pare ancor russar. Assaggia la frase e vi trova una verità che i passaggi più fini del componimento avevano faticato a oscurare: che v’è contentezza in esso, una vergognosa e innegabile contentezza, una soddisfazione nella cattività stessa, come d’un prigioniero che ha così a lungo abitato la propria cella che i muri hanno cessato d’esser muri e son divenuti invece i confini familiari del solo mondo ch’egli sappia navigare. Il fango è caldo. Il fango è noto. Il fango non gli chiede d’esser altro da ciò ch’è, ch’è un uomo che scarabocchia nel buio e lo chiama vocazione.
Pensa agli uomini che hanno scritto di tale stato. Pensa alle loro belle frasi, al loro parlare d’ispirazione e della Musa, alle loro metafore di fuoco e vento e acqua, tutto il nobile drappeggio che avevano appeso a ciò che è, in verità, una compulsione non diversa nel suo meccanismo dal bisogno del bevitore per la sua bottiglia o del giocatore per i suoi dadi. L’avevano fatta bella perché la bellezza era il loro mestiere, e un uomo nobiliterà le proprie catene se l’alternativa è riconoscere d’averle scelte. O peggio: di non averle scelte, ch’esse scelsero lui, che la frenesia non è il marchio dell’elezione ma il marchio d’un temperamento incapace di fare altrimenti, un difetto della volontà mascherato da chiamata.
Credei di scriver per cacciar demono, ma forse in me ’l demon dimora.
Ride. È un suono breve e secco, senza allegria, il genere di risata che viene quando il corpo riconosce una verità prima che la mente abbia finito di formularla. Ché qui giace il gioco finale e più squisito dell’intero procedimento: ch’egli aveva preso in mano la penna in prima istanza come un’arma, un mezzo per sottomettere il terrore, per scacciare il diavolo della propria inquietudine, e aveva scoperto, per gradi così lenti da costituire una specie di misericordia, che l’arma e il diavolo erano della medesima sostanza, che lo scrivere non aveva vinto il terrore ma soltanto lo aveva alloggiato, gli aveva dato una stanza e una sedia e una candela, lo aveva addomesticato, ne aveva fatto un compagno piuttosto che un avversario, sicché ora non poteva dire con certezza alcuna dove l’uomo finisse e la frenesia cominciasse, né se i componimenti fossero le sbarre della sua gabbia o l’unica aria ch’egli avesse mai respirato che non sapesse di comune e di noto.
La penna giace sulla pagina. La candela scoppietta. Il formaggio sul piatto s’è fatto d’un altro grado più trasparente. E siede là, nella soffitta, nelle ore piccole, col componimento finito davanti a sé e la notte non finita intorno a sé, e non si muove, e non legge, e non si alza, e l’unico suono è lo scricchiolio debole e intermittente della penna mentre il sospiro da sotto la porta la smuove sulla pagina, appena, come se persino il vento stesse scrivendo, o provando a farlo.
Dormirà, a tempo debito, alla scrivania, la guancia sul braccio, il braccio sulla pagina, e quando si sveglierà l’inchiostro avrà lasciato una scrittura a specchio sulla sua pelle, le parole rovesciate e illeggibili, un emblema privato che svanirà col lavaggio, sicché per sera non ne resterà che una tenue macchia grigia sul polso, e siederà di nuovo, e prenderà la penna di nuovo, e il mostro sporgerà il capo di nuovo, e il tutto ricomincerà, come sempre ricomincia, come sempre è ricominciato, senza risoluzione, senza termine, senza nulla che possa propriamente chiamarsi una destinazione, solo il sentiero, solo le carte sparse ancora da stendere, solo le pietre sotto i piedi d’un uomo che cammina perché non sa come stare fermo, e che scrive perché il camminare e lo scrivere sono una medesima cosa, e cessare l’uno è cessare entrambi, e cessare entrambi è divenire una cosa ch’egli non sa nominare e non desidera immaginare, un silenzio senza neppure la memoria del suono.
Non spegne la candela. La lascia bruciare. Ha forse un’altra ora in sé, e quell’ora non appartiene né a lui né al componimento ma alla stanza stessa, la quale è stata qui molto prima di lui e starà qui molto dopo, e che tiene la sua presenza ora con la medesima indifferenza con cui tiene la polvere e l’umido e il tenue odore di sego e di carta vecchia, tutto quanto allo stesso modo, tutto quanto semplicemente ciò che è, in una stanza dove un uomo ha scritto, e s’è fermato, e non ha ancora ricominciato.
Sol carte sparse reggon mio martirio. Sol essa ì calco, se calchi vengono.